Da Chaplin al post-work? di Lelio Demichelis

 


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Da Chaplin al post-work?

di Lelio Demichelis

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Quanto è lontano da oggi– o forse è ancora vicino, ma digitalizzato – il lavoro dei Tempi moderni di Chaplin? E se poi fosse il capitalismo a liberarci dal lavoro (umano), automatizzando tutto e tutti, noi limitandoci a schiacciare un pulsante – o forse neppure quello, se è vero che Claude, l’i.a. di Anthropic, si sviluppa con un codice di cui circa l’80% viene scritto dal sistema stesso, arrivando al 100% entro due anni? Se fosse cioè il capitalismo (rovesciando Marx) a farci entrare in una società “in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”? Impossibile, ovviamente. Eppure non è forse nella tendenza del capitalismo e della tecnica “rendere l’uomo superfluo, sostituendo il lavoro umano con gli automatismi degli apparati tecnici” (G. Anders)? E il neoliberalismo e il capitalismo digitale non promettono forse la massima libertà individuale, così mascherando l’alienazione che invece producono quanto più il lavoro esce dalle fabbriche e dagli uffici e occupa e sfrutta ogni ambito della vita umana, individuale e sociale? Ed Elon Musk non ha forse proposto di creare un sostanzioso reddito universale per tutti, finanziato dai governi per affrontare la disoccupazione creata dalla stessa i.a. (e Anthropic ha mostrato come, pur senza un aumento immediato della disoccupazione, l’i.a. sta già modificando i lavori amministrativi, creativi e cognitivi, automatizzando compiti basati su parole e numeri)?

Di più: nel capitalismo e nella società tecnologica oggi digitalizzata tutto cambia velocemente, ma alcuni processi restano sostanzialmente sempre uguali. Si pensi alle tecniche di human engineering (il management, la divisione tayloristica del lavoro e dell’individuo, i social) e all’ideologia economicistica e industrialista (liberalismo e poi neoliberalismo, positivismo e pragmatismo) necessarie per farci adattare alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale senza opporre troppa resistenza, anzi condividendo la mission del sistema, insieme accrescendo la nostra produttività, attraverso l’accrescimento del nostro pluslavoro giunto ormai al lavoro gratuito.

Tecniche di propaganda che si sono replicate anche in occasione del recente Festival dell’Economia di Trento, e sui media economici si potevano leggere articoli che ancora una volta promettevano (testuale) di rimettere l’uomo al centro della fabbrica (oggi anche delle piattaforme), di riprogettare industria, prodotti e servizi digitali attorno all’uomo e al suo benessere, immaginando un nuovo capitalismo che riscopra le persone, con un cambio di paradigma che ponga al centro la sostenibilità e l’eticità, insieme promettendo più salario, benessere e fiducia per rifondare il patto con i talenti. Ma è una storia appunto antica, ma sempre uguale.

E oggi l’i.a. si propone di aiutarci a risolvere problemi difficili, ma il suo vero e primario obiettivo – l’i.a. è industrializzazione e standardizzazione del pensiero, è automazione cognitiva – è aumentare la nostra produttività (come ammesso da Sam Altman, Ceo di OpenAI). Mentre negli anni ’90 il tecno-capitalismo prometteva che grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato meno e con meno fatica – prometteva cioè di liberarci dal lavoro, liberando il lavoro, mentre oggi lavoriamo h24 e sette giorni su sette e non solo generando dati, mentre il lavoro cognitivo promesso allora dalla tecnologia ora lo fa l’intelligenza artificiale. Oggi e ieri si insisteva sul dover essere imprenditori di se stessi, in self-management, accrescendo il nostro empowerment ed engagement, ma negli anni ‘70 le retoriche manageriali (è la stessa cosa, con parole diverse) proponevano l’I AmI Am Manager of My Job. Ma già Taylor cercava di aumentare la produttività dell’operaio Schmidt – come raccontava Taylor stesso – attivando in lui l’autostima e il suo auto-engagement convincendolo di essere un lavoratore speciale, di valore, diverso dai suoi colleghi che lavoravano poco, ottenendo un aumento della sua produttività (caricando pani di ghisa su un vagone, contento di farlo) del 280% contro un incremento di salario, per Schmidt, di solo il 60%. Portando la filosofa Simone Weil a scrivere, cento anni fa e dopo la sua esperienza in fabbrica, che la prima rivoluzione industriale prodotta dalle macchine era stata seguita da una seconda rivoluzione industriale, “quella per l’impiego scientifico della materia vivente, cioè degli uomini” – appunto, il management, il taylorismo e sempre di più e meglio la psicologia del lavoro.

Ancora: si dice che oggi l’intera società sia luogo e tempo di lavoro (produzione, consumo, divertimento, tempo libero, cultura, social, informazione, turismo, selfie – su tutto la nostra produzione di dati per allenare/alimentare quella i.a. che distruggerà posti di lavoro – secondo Altman, “I posti di lavoro spariranno, punto e basta”, anche se poi si era corretto dicendo che “il catastrofismo sui posti di lavoro probabilmente si rivelerà sbagliato sul lungo periodo”) e che ci veda impegnati/valorizzati solo dalla razionalità tecnica ed economica dominante. Tutti, nessuno escluso, dalla culla alla bara. Ma se questo è vero, se tutto è fabbrica e industria, compreso il tempo libero anch’esso industrializzato per noi e venduto a noi come merce, è possibile immaginare e poi costruire/realizzare una vera e autentica e virtuosa società del post-lavoro/post-work? Possibile sì, e anzi doveroso. Ricordando, con Marx, che “un uomo che non dispone di nessun tempo libero e che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma”. Mentre l’economista John M. Keynes, nel 1930, sosteneva come il lavoro andasse “distribuito tra quanta più gente possibile”, con “turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore”.

Per cercare di sbrogliare la matassa aggrovigliatissima (economica, politica, tecnologica, esistenziale) del lavoro industriale e capitalistico (e rinviamo al saggio di Sergio Labate qui) – stretta tra liberazione/emancipazione e alienazione, sfruttamento e identità, autonomia ed eteronomia – cercando insieme una società diversa e una concezione/condizione del lavoro diversa dall’attuale, ci aiuta questo bel saggio di Helen Hester e Will Stronge, La società del post-lavoro. Ridurre, valorizzare e redistribuire, uscito per DeriveApprodi (pag. 236, € 20,00) con la traduzione di Chiara Luce Breccia, inaugurando la Collana Infedeli diretta da Francesca Coin. Un libro sul post-work, cioè “sulla possibilità di liberarsi dal peso del lavoro e sulla progettazione di un mondo in cui il ruolo del lavoro sia ridotto al minimo – una visione che molti hanno avuto e che dobbiamo ancora realizzare”. Perché le teorie del post-work – pur molteplici, differenti, non ricomponibili in uno schema unico, come ben illustrato nelle pagine del libro – contemplano “la sfida di conoscere il lavoro per metterlo al suo posto. Tuttavia, in quanto corrente teorica e politica, si scontra con un insieme profondamente sedimentato di credenze sul lavoro che hanno la funzione di valorizzarlo e proteggerlo di fronte a qualsiasi critica: si tratta della cosiddetta etica del lavoro”. Originariamente forse protestante (secondo Weber – poi tradotta nel compromesso novecentesco tra capitale e lavoro) ma che domina la società moderna, industriale e capitalistica dal suo inizio, cioè l’idea “che il lavoro sia un bene in sé, o almeno sia tra le attività più virtuose che una persona possa intraprendere”, anche se oggi, ma da tempo, “nel nostro mondo secolarizzato, l’etica del lavoro si è spogliata del suo significato religioso ed è diventata una giustificazione in sé, senza più riferirsi a uno scopo superiore e trascendente” – se non quello, integriamo, dell’accrescimento illimitato/sempre di più, a suo modo superiore e trascendente del capitalismo come religione (secondo Benjamin), ma anche della tecnica come religione. Complice lo stigma che colpisce i senza lavoro (colpa individuale, mai del sistema) e una pedagogia finalizzata quasi esclusivamente a produrre lavoratori produttivi e consumativi e ora generativi di dati.

Invece, l’etica del post-work si caratterizza secondo i tre principi generali richiamati nel titolo del libro: Ridurre (il tempo di lavoro); Redistribuire (soprattutto oggi che viviamo “in una società caratterizzata da un forte sovraccarico di lavoro, ma anche dalla cosiddetta sottoccupazione”); Valorizzare ma non in senso capitalistico bensì valutando invece, ad esempio, “l’esperienza dei lavoratori e la valutazione soggettiva del lavoro, le condizioni oggettive di lavoro, lo scopo complessivo del lavoro (a cosa o a chi serve?) e la sua centralità rispetto a obiettivi-chiave condivisi”; valorizzare cioè “nel senso di ri-etichettare tipi di attività come lavoro – valorizzare come riconoscimento, e valorizzare in termini di attribuzione di un valore etico e finanziario più elevato a certi tipi di lavoro”. Cercando – vecchia questione, ma sempre attuale, anche in tempi di lavoro digitalizzato – “di emanciparci dal (piuttosto che attraverso il) nostro lavoro”. O per passare in altro modo dal regno della necessità a quello della libertà. Ovvero, per essere soggetti e non oggetti messi al lavoro, consapevolmente o inconsapevolmente.

Tre principi che si traducono in tre richieste: “una settimana lavorativa più corta” – che si scontra tuttavia, chiosiamo, con la possibilità offerta dalla tecnologia al capitale di mettere l’uomo al lavoro h24; “un reddito di base universale; e il risparmio di lavoro grazie alla tecnologia” – che tuttavia, chiosiamo ancora, si scontra con l’accrescimento incessante della produttività che la tecnologia ci chiede/impone e che non è un risparmio di lavoro (semmai di lavoratori). Comunque ricordando che “le tecnologie che riducono il lavoro hanno sempre promesso una vita libera dalla monotonia e dal dolore; la questione è come realizzare questo potenziale”, ovvero – come scrivono sempre Hester e Stronge – “il post-work deve riconoscere che ci sono state effettivamente lacune, omissioni e fallimenti per quanto riguarda il suo approccio alla tecnologia e, in particolare, alle tecnologie legate alla possibilità di risparmiare lavoro”). Superabili forse evidenziando “una distinzione cruciale che dobbiamo fare tra l’inevitabilità di un futuro automatizzato e la richiesta di un futuro automatizzato. È incarnando una disposizione propositiva, piuttosto che reattiva che il post-work può rimanere un vettore di pensiero utile e rilevante, distinto dal mero tecno-futurismo e dall’antimodernismo nostalgico”; distinzione anch’essa antica ma che tuttavia ci sembra essersi sempre scontrata contro la volontà di potenza deterministica/teleologica della tecnica e del capitalismo, che sembra impedire ogni suo governo democratico.

Comunque, sono tre possibili soluzioni – secondo le teorie del post-work – “ai problemi della nostra società incentrata sul lavoro, ma sono anche vie verso un nuovo mondo, in cui sia necessario meno lavoro per la prosperità umana”; ovvero il post-work “è soprattutto un progetto filosofico che vuole guardare al futuro”, progetto in sé decisamente accattivante perché ci impone di pensare al nostro lavoro, per chi e per cosa lo facciamo. A parte cadute surreali, come l’accelerazionismo di Williams e Srnicek, del 2013, per cui dovremmo “accelerare il processo di evoluzione tecnologica”, sì che “l’infrastruttura esistente delle forze produttive” può essere vista come “un trampolino di lancio verso il post-capitalismo”, che sembra (è) la riproposizione della già più che fallita previsione marxiana-marxista per cui lo sviluppo delle forze produttive capitaliste avrebbe portato al socialismo.

Post-work, dunque. Sapendo che “la richiesta di lavorare meno e la visione di un mondo con poco o niente lavoro hanno una lunga e ricca storia”, ma sempre in conflitto con le esigenze del capitale – ed Hester e Stronge ci ricordano ad esempio che “negli Stati Uniti del 1830 era normale che i datori di lavoro aggiungessero furbescamente trenta minuti alla giornata lavorativa manipolando gli orologi – che solo loro possedevano – che ne segnavano l’inizio e la fine”; mentre oggi accettiamo noi stessi di lavorare h24, avendo cancellato gli orologi. Ovvero, “la vicinanza tra gli schiavi e i lavoratori salariati è una verità scomoda, ma rivelatrice della storia del capitalismo”. Su tutto – last but not least – resta il problema di come conciliare la società del post-lavoro con la soluzione della crisi climatica e ambientale. Bastano i tre principi e le tre richieste ricordate sopra, oppure serve altro e di più radicale? Personalmente condividiamo la tesi di C. N. Daggett – citata nel libro – che “critica l’entusiasmo incontrollato per l’automazione e avverte che la piena automazione, anche se imbrigliata in un’economia postcapitalista, continuerà a mettere in pericolo il pianeta se permane lo spirito di fondo del produttivismo”.

E dunque? Concludono Hester e Stronge: “non possiamo sapere con certezza quale sarà il futuro del lavoro – da qui il fatto che non gli viene dato un nome specifico (post-work come termine è semplicemente una negazione – o una sublimazione – del presente). Ma possiamo immaginare […] modalità di vita alternative che fungano da coordinate per navigare verso (e in ultima analisi plasmare) quel futuro”. Il che – tornare a immaginare – non ci sembra poco. Anzi.

ANALISI E SINTESI BY CLAUDE 24-7-26

Ecco la scheda descrittiva completa.


SCHEDA DESCRITTIVA

Autore: Lelio Demichelis Titolo: Da Chaplin al post-work? Fonte: Sinistrainrete.info (ripreso da Doppiozero) Data: pubblicato il 21 luglio 2026; creato su Doppiozero il 19 luglio 2026 URL: https://www.sinistrainrete.info/teoria/33393-lelio-demichelis-da-chaplin-al-post-work.html Tipologia testuale: recensione-saggio critico (recensione di: Helen Hester e Will Stronge, La società del post-lavoro. Ridurre, valorizzare e redistribuire, DeriveApprodi, 2026, pp. 236, € 20,00, trad. Chiara Luce Breccia, collana "Infedeli" diretta da Francesca Coin)

Occhiello/parole chiave: post-work; automazione e intelligenza artificiale; etica del lavoro; taylorismo e human engineering; capitalismo digitale; alienazione; reddito di base universale; critica dell'accelerazionismo


Abstract

Prendendo spunto dal volume di Hester e Stronge sulla società del post-lavoro, Demichelis interroga la promessa — oggi rilanciata dal dibattito sull'intelligenza artificiale — di una liberazione dal lavoro attraverso l'automazione totale. L'autore mette in tensione questa ipotesi con la continuità storica delle tecniche di human engineering (dal taylorismo ai social media) che, sotto retoriche mutevoli, hanno sempre trasformato l'aumento di produttività in autosfruttamento consenziente. Il saggio ripercorre i tre principi del post-work (ridurre, redistribuire, valorizzare) e le relative rivendicazioni (settimana corta, reddito di base, risparmio di lavoro tramite tecnologia), segnalandone però la collisione strutturale con la logica di accumulazione capitalistica, che usa la stessa tecnologia per intensificare — non ridurre — il tempo di lavoro (h24, produzione di dati, gratuità del lavoro cognitivo). Chiude con un rilievo critico sull'accelerazionismo di Williams e Srnicek e sulla questione, irrisolta, della compatibilità fra automazione piena e crisi ecologica.


Analisi per punti

1. La domanda-cornice: l'IA come possibile "rovesciamento" di Marx. Demichelis apre provocatoriamente chiedendosi se il capitalismo, automatizzando tutto tramite l'IA, possa involontariamente realizzare la società comunista del "libero sviluppo di ciascuno". La domanda è retorica e viene subito disinnescata ("impossibile, ovviamente"): il riferimento a G. Anders (la tecnica che rende l'uomo superfluo) e ai dati Anthropic sull'automazione del codice sorgente servono a mostrare la tendenza tecnica, non una sua realizzazione emancipativa. Viene citato anche Musk sul reddito universale finanziato dai governi come sintomo — non soluzione — del problema.

2. Continuità storica delle tecniche di soggettivazione al lavoro. Il nucleo teorico più solido del pezzo: l'ideologia manageriale contemporanea (self-management, empowerment, "essere imprenditori di se stessi") viene ricondotta senza soluzione di continuità al taylorismo storico. L'aneddoto dell'operaio Schmidt (aumento di produttività del 280% a fronte di un aumento salariale del 60%, ottenuto tramite leva psicologica sull'autostima) è usato come matrice di tutte le retoriche successive, fino ai social e all'IA generativa. Citazione di Simone Weil sulla "seconda rivoluzione industriale" (l'impiego scientifico della materia vivente, cioè degli uomini) a suggello della tesi.

3. Critica della retorica del "mettere l'uomo al centro". Riferimento polemico al Festival dell'Economia di Trento: le promesse di un capitalismo "etico" e "sostenibile" che riscopre le persone sono lette come ennesima variante di una propaganda ricorrente, priva di discontinuità reale rispetto al passato.

4. L'IA come automazione cognitiva finalizzata alla produttività. Citando Sam Altman (obiettivo dichiarato: aumento di produttività; previsione sulla sparizione dei posti di lavoro, poi ammorbidita), Demichelis sottolinea il paradosso storico: nella narrazione anni '90 la tecnologia doveva liberare dal lavoro; oggi si lavora "h24 e sette giorni su sette", anche solo generando dati per allenare l'IA — il lavoro cognitivo un tempo promesso all'uomo è ora svolto dall'IA stessa, mentre l'uomo resta comunque "al lavoro" in altre forme (produzione di dati, selfie, social).

5. Presentazione del libro di Hester e Stronge. Sintesi ampia e prevalentemente riassuntiva (con diverse citazioni dirette) dei tre principi del post-work:

  • Ridurre il tempo di lavoro;
  • Redistribuire il lavoro (in una società insieme sovraccarica e sottoccupata);
  • Valorizzare non in senso capitalistico ma come ri-etichettatura e riconoscimento di attività, e attribuzione di valore etico/finanziario a certi tipi di lavoro.

Da questi discendono tre rivendicazioni: settimana lavorativa più corta, reddito di base universale, risparmio di lavoro tramite tecnologia. Per ciascuna, Demichelis inserisce un contrappunto critico personale (in forma di chiosa): la tecnologia oggi consente il lavoro h24 anziché ridurlo; l'aumento di produttività richiesto dalla tecnologia non libera lavoro ma semmai libera lavoratori (li rende superflui, non liberi).

6. L'etica del lavoro come dispositivo ideologico. Ripresa della tesi weberiana (origine protestante dell'etica del lavoro) mediata dal compromesso capitale-lavoro novecentesco; oggi secolarizzata ma persistente come "giustificazione in sé". Demichelis vi aggiunge un'integrazione personale: il vuoto lasciato dal riferimento religioso è colmato dal capitalismo come religione (Benjamin) e dalla tecnica come religione — un'estensione teorica propria dell'autore, non del libro recensito.

7. Distinzione fra inevitabilità e domanda di automazione. Punto rilevante del libro ripreso criticamente: il post-work dovrebbe assumere una "disposizione propositiva, non reattiva" verso l'automazione. Demichelis accetta la distinzione ma la giudica storicamente sempre sopraffatta dalla "volontà di potenza deterministica/teleologica della tecnica e del capitalismo" — una posizione più pessimista di quella dei due autori recensiti.

8. Critica esplicita all'accelerazionismo. Passo di dissenso netto: l'accelerazionismo di Williams e Srnicek (2013) — usare l'infrastruttura produttiva capitalistica come "trampolino" verso il post-capitalismo — viene liquidato come riproposizione di una tesi marxiana-marxista "già più che fallita" (lo sviluppo delle forze produttive non ha condotto storicamente al socialismo).

9. Genealogia storica dello sfruttamento del tempo di lavoro. Riferimento (citato dal libro) alla manipolazione degli orologi da parte dei datori di lavoro nell'America del 1830, e alla "vicinanza scomoda" fra schiavitù e lavoro salariato, per mostrare la lunga durata del conflitto sul tempo di lavoro — di cui l'assenza odierna di "orologi" (lavoro senza confini orari) è l'esito paradossale.

10. Nodo irrisolto: post-work e crisi ecologica. Chiusura problematica, con adesione esplicita alla tesi di C. N. Daggett (citata nel libro): la piena automazione, anche in un'economia post-capitalista, resta pericolosa per il pianeta se sopravvive lo "spirito del produttivismo". Demichelis segnala così un limite che, a suo giudizio, i tre principi di Hester e Stronge non risolvono da soli.

11. Chiusura aperta. Citazione conclusiva degli autori: il post-work non ha "un nome specifico" poiché resta una negazione/sublimazione del presente, ma permette di immaginare "modalità di vita alternative" come coordinate di navigazione verso il futuro. Demichelis la accoglie come valore in sé ("non ci sembra poco. Anzi"), pur avendo speso l'intero pezzo a mostrarne gli ostacoli strutturali.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Post-work (Hester, Stronge): riduzione, redistribuzione, valorizzazione del lavoro
  • Automazione e intelligenza artificiale come automazione cognitiva/industrializzazione del pensiero
  • Taylorismo e human engineering come matrice storica del management contemporaneo (caso Schmidt)
  • Etica del lavoro (Weber) e sua secolarizzazione; capitalismo/tecnica come religione (Benjamin, integrazione di Demichelis)
  • Critica dell'accelerazionismo (Williams, Srnicek)
  • Automazione piena e crisi ecologica (C. N. Daggett)
  • Reddito di base universale e settimana lavorativa ridotta (Keynes, 1930)
  • Alienazione e autosfruttamento consenziente (self-management, empowerment)
  • Continuità storica fra schiavitù e lavoro salariato

Conclusione critica

Il pezzo si configura come recensione-saggio a doppio registro: una parte (maggioritaria, in termini di spazio) è sintesi fedele e ben strutturata del volume di Hester e Stronge, organizzata sui tre principi post-work; l'altra è un'operazione teorica autonoma di Demichelis, che innesta sul libro una lettura più pessimista e una genealogia storica di lungo periodo (taylorismo → management anni '70 → social → IA) incentrata sulla continuità delle tecniche di soggettivazione al lavoro. Il valore aggiunto specifico dell'autore sta proprio in questa genealogia — solida, ben documentata (Anders, Weil, il caso Schmidt) — e nella sistematica insistenza sul divario fra promessa tecnologica di liberazione e uso reale della tecnologia per intensificare il lavoro: uno schema argomentativo ricorrente e coerente nel suo repertorio critico.

Sul piano del rigore analitico, il testo alterna momenti di argomentazione strutturale (il nesso fra tecnica, produttività e sfruttamento è tracciato con attenzione ai meccanismi storici concreti, non solo enunciato) a passaggi più assertivi o accumulativi, specie nella sezione di sintesi del libro, dove le citazioni si susseguono senza sempre essere ricomposte in un argomento originale — la voce di Demichelis vi si fa più arbitro/commentatore che analista. Il dissenso più netto e meglio motivato è quello sull'accelerazionismo, respinto con un argomento storico preciso (il fallimento della previsione marxiana sullo sviluppo delle forze produttive come via al socialismo); resta invece implicito, e non sviluppato, che cosa l'autore proponga in positivo al posto sia del post-work "propositivo" di Hester/Stronge sia dell'accelerazionismo — la sua posizione è più efficace in negativo (smontare le retoriche di liberazione) che in positivo (indicare una via d'uscita strutturale).

Rispetto al corpus già schedato sul tema lavoro/automazione, il testo si colloca in continuità con le posizioni critiche verso le narrazioni tecno-ottimiste dell'IA, ma se ne distingue per l'ampiezza del riferimento storico-filosofico (Anders, Weil, Benjamin) più che per un'analisi di classe in senso stretto: l'accento cade sulla dimensione ideologico-culturale della soggettivazione al lavoro più che sui rapporti di produzione come tali, il che rende il pezzo complementare — ma non sostitutivo — di analisi più strettamente economico-politiche sullo stesso tema.


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